Marco Accetti e la sua presenza ossessiva al casoorlandi
Introduzione
Il caso di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori rappresenta uno scorcio di ciò che accadeva a Roma tra il 1979 e il 1997, un periodo segnato non solo dalle sparizioni di minori che colpirono la capitale e il suo hinterland, ma anche dalle attività di personaggi che, ancora oggi, continuano a gravitare attorno a quelle vicende.
Tra questi emerge il nome di Marco Fassoni Accetti, che più volte ha dichiarato di essere stato "in attività" proprio in quegli anni.
Marco Accetti e la confessione del 2013
Per professione Accetti era un fotografo. La sua attività consisteva nella ricerca di immagini e momenti da immortalare. Nulla di anomalo, almeno in apparenza.
Tutto cambia nel 2013, quando si presenta agli inquirenti dichiarandosi responsabile dei rapimenti di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori.
Secondo il suo racconto:
- adescava minori attraverso promesse e inganni;
- attirava giovani vittime all'interno del proprio circuito;
- avrebbe avuto un ruolo diretto nelle sparizioni delle due ragazze.
Tuttavia, il suo racconto presenta un limite fondamentale: non fornisce alcuna spiegazione verificabile sul destino finale delle vittime.
Accetti sostiene di aver partecipato ai rapimenti, ma non ha mai chiarito cosa sia accaduto successivamente alle ragazze.
Il paradosso delle dichiarazioni
Le sue confessioni contengono numerosi dettagli verificabili, ma si scontrano con un'apparente contraddizione.
Se davvero fosse stato protagonista dei sequestri, come può ignorare la sorte delle vittime?
Dal 2013 a oggi la sua posizione è rimasta sostanzialmente invariata:
- "Non posso dire i moventi."
- "Non posso fare nomi."
- "Non posso spiegare tutto."
Una linea difensiva che ha alimentato dubbi e critiche.
Qualunque sia la verità, Accetti rimane una figura sospesa tra due possibilità:
- un soggetto realmente coinvolto che continua a nascondere informazioni cruciali;
- un mitomane estremamente informato che ha costruito un racconto capace di sopravvivere alle verifiche.
Non è casuale che l'etichetta di "mitomane" sia quella che più sembra infastidirlo.
José Garramon: il punto che merita attenzione
La riflessione odierna si concentra però su un'altra vicenda.
22 dicembre 1983
Quel giorno il dodicenne José Garramon viene investito nella pineta di Castel Fusano dal furgone guidato da Marco Accetti.
La vicenda si conclude sul piano giudiziario come:
- incidente colposo;
- condanna definitiva;
- 2 anni e 6 mesi di reclusione.
Un caso chiuso da decenni.
Eppure, quando nel 2013 Accetti si presenta in Procura davanti all'allora PM Giancarlo Capaldo, decide di riportare proprio quel fatto all'attenzione degli investigatori.
La domanda nasce spontanea:
Perché collegare José Garramon al caso Orlandi?
Il comunicato destinato al giudice Santiapichi
Per spiegare la propria presenza nella pineta, Accetti fornisce una motivazione particolare.
Secondo la sua versione, si trovava lì per lasciare un comunicato nelle vicinanze dell'abitazione del giudice Severino Santiapichi, magistrato che aveva presieduto il secondo processo relativo all'attentato a Giovanni Paolo II.
In quel periodo il procedimento coinvolgeva:
- Sergei Antonov, funzionario dell'ambasciata bulgara;
- Teodor Ayvazov;
- Jelio Vassilev Kolev;
oltre ad alcuni cittadini turchi vicini ad Mehmet Ali Ağca:
- Oral Çelik;
- Omer Bagci;
- Abdullah Çatlı.
Secondo Accetti, quel comunicato avrebbe dovuto trasmettere un messaggio implicito:
"Sappiamo dove abiti."
Una spiegazione che convince poco
Questa ricostruzione presenta numerose criticità.
L'unico dato realmente interessante sembra essere un altro:
Accetti conosceva l'ubicazione dell'abitazione di Santiapichi.
Tuttavia tale conoscenza emerge nel 2013, non nel 1983.
Per questo motivo la spiegazione appare più come un elemento funzionale alla costruzione del racconto che come una prova concreta.
La domanda iniziale rimane dunque irrisolta:
Perché parlare di José Garramon?
E soprattutto:
Chi era la persona che Accetti sosteneva di voler "salvare"?
Le persone ascoltate nell'inchiesta Capaldo
Sabrina Minardi
Ex compagna di Enrico De Pedis e principale supertestimone della riapertura investigativa.
Le sue dichiarazioni del 2008 diedero impulso alla nuova fase dell'indagine.
Raccontò:
- il presunto rapimento;
- i trasferimenti di Emanuela;
- il coinvolgimento di De Pedis.
Successivamente venne indagata per concorso in sequestro di persona, ma gran parte delle sue dichiarazioni fu considerata inattendibile.
Sergio Virtù
Indicato dalla Minardi come:
- autista di De Pedis;
- esecutore materiale di alcuni spostamenti attribuiti a Emanuela Orlandi.
Fu interrogato più volte dagli investigatori.
Angelo Cassani ("Ciletto")
Esponente della Banda della Magliana.
Il suo nome emerse in relazione a:
- presunti pedinamenti;
- supporto logistico al rapimento.
Gianfranco Cerboni ("Gigetto")
Altro soggetto vicino all'ambiente della Banda della Magliana.
Fu coinvolto nelle verifiche investigative sulla base delle dichiarazioni della Minardi.
Monsignor Pietro Vergari
Ex rettore della Basilica di Sant'Apollinare.
Figura particolarmente significativa perché:
- legata all'ambiente vaticano;
- in rapporto con Enrico De Pedis;
- responsabile della basilica nella quale De Pedis era stato sepolto.
Fu iscritto nel registro degli indagati per concorso in sequestro di persona e interrogato in relazione ai suoi rapporti con De Pedis e alla frequentazione della scuola di musica da parte di Emanuela.
Un'ipotesi interpretativa
Osservando il quadro complessivo, emerge una possibile lettura.
L'intervento di Accetti potrebbe aver avuto la funzione di introdurre una narrazione alternativa proprio nel momento in cui le dichiarazioni della Minardi stavano indirizzando l'attenzione verso l'ambiente di Sant'Apollinare e verso monsignor Vergari.
In questa prospettiva:
- la pista della Banda della Magliana viene affiancata da una pista internazionale;
- compaiono i servizi dell'Est;
- entrano in scena i bulgari;
- riaffiora il contesto dell'attentato al Papa.
Un nuovo scenario capace di spostare il baricentro dell'indagine.
La domanda finale
Se davvero Accetti cercava di "salvare" qualcuno, chi era quel qualcuno?
Tra tutte le persone finite nell'inchiesta Capaldo, una sola possedeva contemporaneamente queste caratteristiche:
- apparteneva al mondo ecclesiastico;
- era legata allo Stato Vaticano;
- occupava una posizione particolarmente delicata all'interno della vicenda.
Monsignor Pietro Vergari.
Forse è soltanto una coincidenza.
Forse no.
Ma resta il fatto che l'improvvisa comparsa di Marco Accetti nell'inchiesta Orlandi coincide con il momento in cui le dichiarazioni della Minardi rischiavano di produrre le conseguenze più pesanti proprio per l'unico rappresentante vaticano coinvolto nelle indagini.