Gli errori del caso Orlandi
È strano che dopo 41 anni si deponga ogni fiducia di risolvere un cold-case come il caso Orlandi in una Commissione Parlamentare d'inchiesta. Molto rilevante e anomalo è vedere come alcune deposizioni degli auditi, “mai sentite prima d’ora”, siano rimaste per tanto tempo celate e mai raccontate, e che solo oggi – magicamente – stiano uscendo fuori. In un altro pianeta avremmo detto che “qualcosa non torna”.
Siamo o rimaniamo comunque fiduciosi che forse, nell’estremo tentativo di sollecitare coloro che hanno dettagli sugli eventi, questi siano stimolati a ricordare e dire senza censure anche solo quei particolari piccoli o insignificanti, che però possano chiudere dei ragionamenti mai risolti prima.
Lo scenario investigativo e le convergenze
Ancora è presto per definire un quadro completo, ma sicuramente ci sono delle piste che stanno prendendo il sopravvento rispetto ad altre: il coinvolgimento dei servizi segreti orientali è una di queste. Di contro, muore definitivamente la pista “amicale o parentale” che non trova appigli né logica, e che si arena sui banchi di sabbia lasciando soltanto qualche libro come ricordo, utilissimi per il prossimo Natale come uso nei camini e nelle vecchie stufe a legna.
Prende sempre più piede il coinvolgimento di Enrico De Pedis e di Marco Fassoni Accetti come parte dell’organizzazione che fisicamente rapì Emanuela Orlandi e che successivamente (nello specifico Accetti) effettuò la turpe sequela di telefonate interpretando i personaggi noti alle cronache come “Pierluigi”, “Mario” e l’“Americano”. Di Accetti ormai è ampiamente riconosciuta l'impronta vocale in tutti i telefonisti.
Anche le dichiarazioni di Sabrina Minardi, sdoganata nell’inchiesta precedente, hanno moltissimi punti che coincidono straordinariamente con quello che diceva il telefonista “Mario”, individuando tre precisi punti geografici:
- Torvaianica
- Monteverde
- La circonvallazione Gianicolense
Insomma, uno spaccato che individua degli attori certi ma che ancora non fornisce molto sui moventi geopolitici e sui mandanti reali.
La pista della Stasi secondo il giudice Ilario Martella
Il dottor Ilario Martella, magistrato che si occupò in prima linea dell'attentato a Giovanni Paolo II e delle sparizioni di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, sostiene fermamente che questi eventi siano parte di un'unica grande operazione orchestrata dalla Stasi, il servizio segreto della Germania dell'Est. Lo scopo era proteggere i complici bulgari e sovietici coinvolti nell'attentato al Papa del 1981.
Martella, utilizzando preziosi documenti della Stasi emersi dopo la caduta del muro di Berlino e della cortina di ferro, ricostruisce un complesso quadro di depistaggi mirati a distogliere l’attenzione dalle responsabilità dirette del Kgb e di agenti bulgari. Sostiene che i rapimenti di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori furono eseguiti proprio per creare confusione mediatica e impedire che venissero scoperte le vere motivazioni e i mandanti dell'attentato a Wojtyla.
Nel suo ruolo di giudice istruttore, Martella aveva a suo tempo rinviato a giudizio diversi complici (tra cui Sergej Antonov), ma solo Alì Agca è stato condannato in via definitiva, mentre gli altri sono stati assolti per insufficienza di prove, grazie anche alle costanti pressioni e operazioni di dossieraggio della stessa Stasi.
Il rapimento della Orlandi avrebbe quindi dovuto forzare la ritrattazione di Ali Agca. Ed infatti, ad un certo punto, il terrorista turco cambiò radicalmente strategia: smise di collaborare con Martella e sostenne di essere un lupo solitario, fingendosi un fanatico religioso con disturbi mentali. Agca era stato persuaso a interrompere la sua collaborazione con il magistrato in cambio della promessa occulta di essere liberato se avesse mantenuto il silenzio. Con questo cambio di rotta guidato dall'esterno, il blocco sovietico garantì l'assoluzione dei propri registi dell'operazione, i quali rischiavano di creare un incidente diplomatico planetario.
"Io e la mia famiglia abbiamo ricevuto minacce di morte più volte a causa di questa inchiesta", ha ricordato in più occasioni il dottor Martella.
Il gioco delle spie e il cinismo dei blocchi contrapposti
Ricapitolando, se per la Stasi era assolutamente necessario far decadere i sospetti verso il blocco sovietico, il blocco occidentale e i servizi segreti alleati avevano invece il forte interesse che il Vaticano continuasse senza sosta la sua politica internazionale ferocemente anticomunista.
In altre parole, il rapimento Orlandi, che originariamente aveva come unico scopo quello di far ritrattare Ali Agca per conto dei sovietici, divenne per gli occidentali un'ulteriore opportunità di contrapposizione. È proprio intorno alla pelle della ragazza che si accordarono diversi attori e interessi contrapposti. Da questa riflessione è facile intuire come si fosse emanato un tacito ordine in codice: “Noi (Vaticano) continuiamo per la nostra strada”.
Si trattò di una vera e propria condanna a morte per Emanuela. Il Vaticano, con i ripetuti appelli pubblici all'Angelus da parte di Papa Wojtyla, diede l'impressione all'esterno di andare comunque avanti, segnalando che non si sarebbe fermato nemmeno di fronte al pericolo di vita di una sua giovane cittadina.
Se da un lato la Stasi aveva raggiunto il suo obiettivo geopolitico iniziale, il gruppo occidentale e quello vaticano continuarono il falso depistaggio anche a cose fatte. Va precisato che quando parliamo di blocchi, potremmo tranquillamente circoscriverli a un piccolo gruppo di imprenditori e faccendieri italiani e ad un altrettanto ristretto comitato d'oltretevere, che seguivano i loro interessi economico-politici apicali.
La mappa delle infiltrazioni (Spie delle spie)
In questo scenario, i ruoli possono essere così definiti:
- La manovalanza criminale: Figure come Enrico De Pedis e la sponda della Magliana interagirono per meri scopi economici e per consolidare il proprio rapporto di protezione con il Vaticano, attivato da Monsignor Vergari e da altri prelati.
- I telefonisti e i depistatori: Soggetti legati ad apparati di intelligence e ambienti artistici (come Marco Fassoni Accetti) che si occuparono di gestire materialmente le spiate e le chiamate, muovendosi in bilico tra i mandanti dell'est e i ricatti dell'ovest.
- I servizi segreti occidentali: Strutture collegate alla CIA o alla loggia P2 decisero di cavalcare il lavoro della Stasi per tre fini ben precisi: combattere il comunismo, ricattare le finanze vaticane e recuperare le enormi somme di denaro sparite dallo IOR dopo il crack del Banco Ambrosiano.
La fine e la morte delle ragazze
Vorremmo sbagliarci e dire che Emanuela e Mirella siano ancora vive, ma è purtroppo difficile supportare razionalmente tale prospettiva. Chi ordinò la fine delle operazioni con la relativa uccisione di Emanuela e Mirella, compresa la morte del piccolo Josè Garramon e quella di Katy Skerl?
Per onor di logica, è lecito pensare che Mirella Gregori sia stata il primo esperimento, un test per saggiare la reazione della macchina dello Stato. Il rapimento, tuttavia, non ebbe subito la risonanza mediatica che i rapitori si aspettavano. La povera ragazza, per questo motivo, potrebbe essere stata eliminata ancora prima della sparizione di Emanuela Orlandi. Sono quindi due casi collegati ad un unico grande scenario, ma gestiti con tempi e aspettative diverse. Si ricorda in proposito la deposizione dell'ex PM Giancarlo Capaldo in Commissione Parlamentare:
"I due casi possono essere trattati insieme, con l’avvertenza che i responsabili materiali potrebbero essere diversi."
Se nel caso di Mirella l'azione fu puramente interna e orientata al ricatto finanziario (con il supporto logistico della malavita e il sospetto di complicità nella vigilanza vaticana), nel secondo caso, quello di Emanuela, la cosa si complicò. Si aspettò che la ragazza diventasse ufficialmente cittadina vaticana per alzare la posta in gioco.
La Stasi pilotò il nucleo iniziale dell'operazione, sfruttando anche il ruolo ambiguo di doppie spie. Successivamente, quando l'intelligence della Germania dell'Est ottenne il silenzio di Agca, il blocco occidentale continuò la sua spietata partita contro il Vaticano, continuando a far ricadere la colpa sull'organizzazione tedesca. È altamente probabile che quando la Stasi si accorse del doppio gioco (intorno al dicembre 1983), fu dato l'ordine di chiudere bruscamente la questione. I due gruppi trovarono un tragico punto di incontro e i testimoni scomodi vennero tacitati brutalmente.
Il piccolo Josè Garramon (investito da Accetti nel 1983) fu un tragico segnale lanciato quando ancora non si era giunti ad un accordo definitivo tra le fazioni. La morte di Katy Skerl nel 1984, invece, fu un messaggio di sottomissione inviato a tutti coloro che all'interno dell'ambiente romano sapevano qualcosa, un monito che ha garantito un silenzio di pietra per oltre quarant'anni.
La sparizione della bara di Katy Skerl e le sue implicazioni
Un ulteriore elemento si aggiunge al già fitto mistero: la clamorosa sparizione della bara di Caterina Skerl dal cimitero monumentale del Verano di Roma, scoperta nel 2015 ma presumibilmente pianificata a partire dal 2005. Questo episodio solleva interrogativi cruciali se considerato alla luce delle moderne tecnologie di analisi del DNA, che avrebbero potuto fornire indizi decisivi e scientifici sull'identità dell'assassino.
La bara viene sottratta a seguito della scia emotiva di una misteriosa telefonata arrivata alla redazione di “Chi l'ha visto?” nel luglio del 2005, in cui un interlocutore anonimo raccontava che per risolvere il caso Orlandi bastava andare a vedere chi fosse realmente sepolto all'interno della basilica di Sant'Apollinare a Roma (riferendosi alla tomba del boss De Pedis). Quell'interlocutore dimostrava di conoscere profondamente i segreti legati ai crimini di quegli anni.
Chi ha sottratto la bara della Skerl aveva evidentemente il terrore che, a distanza di anni, esami biologici di nuova generazione potessero estrarre tracce di DNA estraneo dal corpo o dagli indumenti di Caterina, collegandola a chi l'ha brutalmente soffocata. Questo atto dimostra una preoccupazione molto specifica e circoscritta, suggerendo che gli assassini fossero italiani e pienamente inseriti nel contesto istituzionale o sociale del tempo.
Se gli esecutori fossero stati agenti segreti esteri di passaggio, il timore di un'analisi del DNA a trent'anni di distanza sarebbe stato irrilevante. La necessità di profanare un loculo e far sparire un intero corpo indica una mossa disperata per proteggere identità importanti ancora vive e vulnerabili sul territorio nazionale, evitando che figure di spicco della criminalità o dei servizi deviati crollassero, trascinando con sé un castello di segreti protetto per decenni.